Turchia Kaymakli

Turchia Kaymakli II secondo grande complesso sotterraneo si trova nel villaggio di Kaymakli, 18 chilometri a sud di Nevşehir sulla strada per Derinkuyu e Nigde. Il complesso è composto da sette piani, ognuno dei quali contiene quindici «abitazioni», ciascuna capace di contenere circa duecento persone. Vi sono diverse chiese e cappelle; un vero e proprio labirinto di gallerie, con pietre a forma circolare che, in caso di pericolo venivano fatte rotolare di fronte alla propria entrata grazie ad un sistema di binari. Queste «serrature di sicurezza», pesanti diverse tonnellate, erano bilanciate così delicatamente che potevano essere spostate di fronte alle entrate anche solo dalla forza di alcune donne.

Come a Derinkuyu, anche qui, i principali pozzi di ventilazione sono molto profondi e hanno dei gradini. Nei sotterranei si trovano i torchi per il vino e le cisterne di deposito, che suggeriscono l’esistenza di una viticoltura intensiva. La vendita dei prodotti vinicoli era probabilmente una delle risorse principali per gli abitanti.

Ma qual è la differenza fondamentale tra questi complessi sotterranei e le colonie nella valle di Göreme? Gli insediamenti di Derinkuyu e di Kaymakli sono privi di decorazioni e sono di una semplicità estremamente funzionale. Questo fattore ci fa nutrire dei dubbi sul fatto che ci sia stata una lunga occupazione da parte dei cristiani. L’esistenza di qualche cappella non fornisce una prova sufficiente, perché ciò che noi consideriamo un luogo sacro, potrebbe invece essere stato un deposito o un magazzino. Nel confronto con le decorazioni vivacemente colorate di Göreme il visitatore non può fare a meno di meravigliarsi per la desolata sterilità di Derinkuyu e Kaymakli.

Chi furono i costruttori originali?

L’archeologia non ha ancora fornito una risposta. La costruzione dei complessi sotterranei risale ad un periodo oscuro della storia dell’Anatolia, privo di documentazioni. In genere per risolvere questi enigmi l’archeologia si avvale di quattro fonti principali di informazione: testimonianze scritte, ritrovamento di reperti, resti di scheletri e rovine. Purtroppo nessuno di tali reperti indispensabili erano presenti nei complessi riportati alla luce. Per quanto ne sappiamo i costruttori di queste strane «città» avrebbero potuto apparire come per magia, scavare le misteriose dimore per poi dissolversi nel nulla, senza lasciarsi dietro né documenti, né oggetti, né pietre tombali. Tutti i resti archeologici rinvenuti, infatti, appartengono a periodi successivi.

Dal punto di vista archeologico l’assenza di rovine si spiega da sé, in quanto si parla di «costruzioni negative», cioè scavate, non costruite. Inoltre, per quanto riguarda la mancanza di oggetti rinvenuti, bisogna ricordare che i complessi sotterranei sono sempre stati facilmente accessibili ai cercatori di tesori del passato. Sappiamo del resto che anche le tombe egiziane venivano saccheggiate durante i regni degli ultimi faraoni.

Cos’erano in realtà questi misteriosi complessi?

Negli anni Sessanta, poco dopo la scoperta dei siti archeologici di Derinkuyu e Kaymakli, l’autore di un rapporto dell’UNESCO avanzava questa teoria: «Forse le colonie sotterranee rispondevano alle esigenze degli abitanti di questa terra arida, fungendo da riparo sia al calore estivo che alla rigidità dell’inverno».

Questa supposizione si rivela però ingenua, perché per ripararsi dal caldo o dal freddo eccessivi non c’era bisogno di scavare dieci piani sotterranei, ne sarebbero stati sufficienti uno o due. Analogamente non è molto attendibile l’idea che i complessi fossero soltanto dei rifugi contro gli invasori. In quel periodo la causa principale delle guerre proveniva dall’avidità e dall’invidia, quindi il saccheggio delle terre era all’ordine del giorno. Le incursioni erano condotte sia come «guerra lampo», una rapida scorreria, con reparti mobili e poco equipaggiati, sia attraverso un massiccio spiegamento di truppe, equipaggiate con macchine da assèdio, mezzi di trasporto ed altri elementi indispensabili per un’invasione.

Lo scopo dei predoni della cosiddetta «guerra lampo» era quello di raccogliere nel più breve tempo possibile una certa quantità di bottino. Al contrario l’invasione massiccia era motivata da fattori di ordine politico e strategico; l’intento principale era di conquistare e mantenere un territorio, preferibilmente ricco; oppure di assicurare un’entrata regolare costringendo le popolazioni conquistate a versare tributi.

In questo periodo storico, uomini, donne e bambini erano un legittimo bottino di guerra. Noti per la loro assoluta mancanza di sentimenti umani, gli Assiri furono i primi della storia a praticare la deportazione in massa dei popoli conquistati, invece di compiere sforzi prolungati e spesso inutili per sottometterli. Di conseguenza, in tempi di incursioni ostili, gli abitanti delle regioni minacciate tendevano a disperdersi piuttosto che a concentrarsi, come sarebbe avvenuto se i complessi sotterranei fossero serviti soltanto come rifugi. Inoltre l’apparente mancanza di una rete estesa di impianti sanitari spiega l’impossibilità di un’occupazione prolungata da parte di migliaia di persone. E c’è di più. La regione era famosa per l’abbondanza del bestiame: cavalli, pecore, mucche costituivano la ricchezza principale, mentre la loro perdita avrebbe causato il totale crollo economico. Ma nessuno dei complessi sotterranei era fornito di uno spazio adatto a raccogliere un gran numero di animali domestici, che i fuggiaschi avrebbero di certo voluto proteggere in caso di guerra.

Dopo anni di studi sono convinto che i complessi di Derinkuyu e di Kaymakli, insieme ad altri agglomerati più a nord, a Cardak e Özkonak, erano principalmente installazioni militari, forse i punti strategici di una lunga linea fortificata di difesa, realizzata dai Frigi contro l’Assiria in continua espansione. Se la parte centrale dei complessi fosse stata scavata intorno al VII e VIII secolo a.C, tale data coinciderebbe con il periodo archeologico privo di documentazione. Era l’epoca della massiccia espansione assira verso il nord e l’occidente.

Il sistema dei complessi sotterranei si trova esattamente nella «terra di nessuno» tra il territorio dei Frigi e quello degli Assiri, lungo una linea ipotetica che li collega, sbarrando il passaggio agli invasori provenienti da oriente.

I Frigi avevano buoni motivi per considerarsi minacciati. Sotto il re Shamuramet, gli Assiri penetrarono nella Cappadocia fino a Tyana (Nigde). Nell’eventualità di un conflitto i Frigi non potevano competere con l’esercito assiro, ma servendosi dei complessi sotterranei, avrebbero potuto resistere per anni.

Questa «linea Maginot» frigia è un’idea dell’autore, ma di certo le città di Derinkuyu e di Kaymakli furono scavate in un periodo storico senza testimonianze scritte, né tanto meno esistevano durante l’impero ittita. Nessuna delle tavolette di creta tradotte fa riferimento a questi formidabili complessi sotterranei nella parte centrale dell’impero ittita, nelle immediate vicinanze di Tuwanuwa (Kemerhisar, vicino a Nigde), una fra le più importanti città degli Ittiti.

Le rovine delle fortificazioni e i tumuli sepolcrali ritrovati in superficie nei pressi di Derinkuyu, Dogala, Erdas Dag e Orentepe, testimoniano la presenza dei Frigi nel triangolo Kirsehir-Kayseri-Nigde.

Alcune guide turistiche stampate a livello locale e basate sul principio che «qualsiasi cosa va bene per i turisti, l’importante è che venga comperata», sostengono arbitrariamente l’origine ittita dei complessi sotterranei in base al ritrovamento di alcuni resti in una galleria di Derinkuyu. Ciò non costituisce una prova convincente. Dopo tutto i Frigi parteciparono al saccheggio di Hattusas e di altre città ittite e sicuramente portarono via un cospicuo bottino. Se, per esempio, un guerriero ittita fosse ritornato in Tracia riportando come preda di guerra alcuni manufatti, questi verrebbero scoperti secoli dopo sotto le rovine della sua casa, ma quegli oggetti non potrebbero dimostrare la presenza di questo popolo in Tracia!

Oltre a ciò gli Ittiti erano soliti seppellire i morti dentro grandi «pithoi», urne sepolcrali di terracotta per raccogliere le spoglie mortali; ma finora non sono state rinvenute intorno a nessun complesso sotterraneo.

Furono forse i Frigi i primi scavatori di tunnel? Non esistono prove decisive, solo alcuni indizi. I Frigi provenivano dalla Tracia, una regione dove l’esistenza di antiche miniere ci conferma la loro maestria nella tecnica degli scavi. Inoltre, proprio in Tracia, lo stesso autore si è imbattuto in un sistema sotterraneo perfettamente identico a quello di Göreme, con le stesse abitazioni ricavate dalle rocce ad appena 40 chilometri da Instanbul, nel villaggio di Incegiz, in prossimità del piccolo centro di Çatalca.

Questo sito archeologico non è menzionato in nessuno scritto, nonostante la sorprendente somiglianzà con i complessi della Cappadocia.

I cristiani della Cappadocia non erano collegati in alcun modo con la «città» sotterranea della Tracia, né tanto meno lo erano gli Ittiti.

Si trattava proprio di un territorio dei Frigi!

Dobbiamo ricordare che il termine «frigio» non si riferisce ad una razza in particolare, infatti gli invasori dell’Anatolia, provenienti dalla Tracia, appartenevano a razze diverse. Il popolo «Muski» citato negli annali assiri, coincideva probabilmente conquello dei Mesi, una tribù appartenente alla «Gente del mare», il cui esercito si spinse fino alle frontiere con l’Egitto e con l’Assiria, mezzo secolo prima del regno del re Tiglath Pilasser I (1112-1078 a.C), lo spietato conquistatore.

Il regno frigio, centrato su Gordion, terminò per mano dei Cimmeri nel 625 a.C.

Ma qual era la situazione dell’Anatolia durante i cinquecento anni «mancanti», cioè nell’epoca buia della storia della regione?

Il professor Ekrem Akurgal, uno dei più illustri archeologi turchi, scrive: «Le conseguenze di questa spietata aggressione furono catastrofiche. Gli invasori distrassero le civiltà dell’Asia Minore con una crudeltà ed una violenza tali da provocare un medioevo che durò duecento anni nell’Anatolia occidentale e almeno quattrocento anni nel resto del paese. Alcuni anni fa ho fatto presente che dal 1180 fino al 775 circa a.C. l’Anatolia centrale fu scarsamente popolata, occupata soprattutto da alcune tribù nomadi che non lasciarono tracce materiali dei loro insediamenti. La catastrofe fu così grande da cancellare persino le tradizioni ittite. È certo che non vi furono agglomerati urbani nel cuore di queste terre fino alla nascita dello stato dei Frigi».

In sostituzione di una conclusione definitiva, vorrei affermare i seguenti punti:

  1. Le colonie rupestri e le città sotterranee non avrebbero potuto essere scavate dai profughi cristiani, privi sia della manodopera che del tempo necessari e che comunque avrebbero lasciato qualche testimonianza, croci incise, o altri simboli religiosi come fecero nella valle di Göreme.
  2. E impossibile calcolare il numero delle grotte e delle dimore sotterranee. Nella valle di Ihlara, relativamente ben conosciuta, vi sono circa 4000 caverne un tempo abitate. Se consideriamo anche solo quattro persone per ogni abitazione avremmo come risultato una colonia di 16.000 persone. Gli altri quattro complessi nel sottosuolo di nostra conoscenza potrebbero contenere altre 80.000 persone, senza contare le vaste colonie nella valle di Göreme, Zelve, Gülsehir, Gümüşken e Avanos.
  3. Nessuna città sotterranea venne costruita dagli Ittiti. Non esiste un solo documento ittita che faccia riferimento all’esistenza di questi centri. Nessuna urna sepolcrale venne mai ritrovata in queste città e gli oggetti scoperti a Derinkuyu avrebbero potuto essere parte del bottino dei guerrieri che distrussero ed incendiarono i centri ittiti.
  4. L’archeologia non ha elementi né per provare né tanto meno per confutare l’ipotesi che i Frigi fossero gli autori delle gallerie. La presenza di questo popolo nella regione è comunque un fatto storico.
  5. L’esistenza di un sistema identico in Tracia, ex territorio frigio.
  6. L’unica prova scritta dell’antichità sull’esistenza di abitazioni sotterranee in Cappadocia proviene dal generale e storico greco Senofonte (circa 434-355 a.C.) che, nell’opera Anabasi presenta un breve resoconto della sua visita in una città «sepolta» dell’Anatolia orientale. Senofonte scriveva di «entrate strette e poco appariscenti che conducono dentro ampie caverne sotto il suolo». Egli affermava di aver visto torchi per il vino e cisterne di deposito «con anfore colme di vino fortemente alcolico».

L’autore ritiene che, prima del 1200 a.C, non esistessero città sotterranee in Cappadocia.

Alcuni scrittori sono convinti, al contrario, della loro presenza in un periodo precedente al regno ittita, citando come conferma il complesso di Acigöl in cui vennero ritrovati oggetti vecchi di almeno 3000 anni!

È vero che gli uomini dell’era neolitica abitarono nelle caverne ed è assai probabile che esistessero già alcune cavità sotterranee naturali abitate, ma è difficile credere che uomini dell’età della pietra abbiano potuto scavare gallerie della profondità di 50 metri con gli attrezzi rudimentali in loro possesso. E con quale scopo?

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