IL PERIODO ROMANO

GLI ITTITI DELLA BIBBIA La Cappadocia diventò provincia dell’impero romano con la sua annessione nel 17 d.C. ad opera di Tiberio. La religione cristiana arrivò presto in questa regione ed inizialmente, nel I secolo d.C. si sviluppò intorno a Mazaca (che ai tempi dei romani si chiamava Cesarea, mentre oggigiorno prende il nome di Kayseri) , quando cioè la nuova religione era praticata nelle grotte e nei sotterranei nella più assoluta segretezza.

Il governo romano non si preoccupava particolarmente delle dottrine religiose praticate dai propri sudditi. Fino a quando questi avessero partecipato alle cerimonie della religione ufficiale, sarebbero stati liberi di adorare altre divinità: sempre a patto che il culto praticato non fosse considerato sovversivo e non impedisse loro di adempiere ai propri doveri di cittadini. La legge romana stabiliva: «Ogni culto ed associazione a Roma deve essere aperta al pubblico e l’atto istitutivo, insieme al regolamento, deve essere approvato dalla magistratura competente. Infatti, se uomini e donne si riuniscono in segreto, nell’oscurità, è probabile che questi abbiano dei cattivi fini».

Nell’analizzare le origini degli insediamenti cristiani nella regione di Göreme non vanno trascurate le circostanze politiche, economiche e religiose, determinanti in quell’epoca. A causa dello zelo missionario dei primi apostoli e dei discepoli di Cristo, la fede cristiana si estese con impeto sorprendente in tutta l’Asia Minore e nella Grecia. Dal 60 d.C. il cristianesimo venne diffuso a Roma dall’apostolo Paolo.

Nella seconda metà del primo secolo dalla nascita di Gesù i romani consideravano ancora il nuovo credo come una diramazione del giudaismo; un culto illecito praticato da gente soprannominata cristiana, «seguaci di Cristo», che venne severamente punita dall’imperatore Nerone nel 64 d.C. Nonostante la cattiva fama di Nerone, la maggior parte del popolo romano approvava i metodi che egli adottava per cancellarli dalla faccia della terra prima che avessero potuto diventare pericolosamente sovversivi. Difatti i legionari romani, di natura combattiva, non nutrivano molta simpatia per una religione che infondeva negli animi il perdono universale e che chiamava ad abbandonare le armi e alla coesistenza pacifica tra gli uomini di tutte le razze e religioni.

Nell’anno 112, Plinio lo storico, allora governatore di Bitinia, notò con allarme che persino i più remoti villaggi si erano convertiti alla nuova fede mentre sempre più gente abbandonava il paganesimo romano. Con il consenso dell’imperatore Traiano introdusse severe misure discriminatorie contro i seguaci di Cristo, il «ribelle» che fu crocefisso per ordine di Ponzio Pilato. Plinio ordinò l’esecuzione sommaria di tutti i cristiani che rifiutavano di abiurare le proprie convinzioni, mentre coloro che le rinnegavano e passavano ad adorare l’immagine dell’imperatore avrebbero avuto salva la vita. Con il decreto di Traiano chiunque si fosse rifiutato di adorare le divinità romane e l’imperatore, sarebbe stato accusato di alto tradimento e, di conseguenza, sarebbe stato giustiziato. I principi cristiani come «perdona i tuoi nemici» o «chi di spada ferisce, di spada perisce» furono considerati sovversivi e demoralizzanti per gli animi dei soldati romani, dalla cui fermezza dipendeva l’esistenza del mondo romano. Di conseguenza dall’anno 120 l’adesione alla religione cristiana poteva portare alla rovina e, sebbene non vi fosse ancora nessuna repressione organizzata, i magistrati delle varie province erano liberi di occuparsi del problema come ritenevano opportuno.

Nel 170 Celsus, un erudito romano, pubblicò degli appunti con il titolo: Le vere tradizioni, in cui egli si interrogava circa la credibilità del Vecchio Testamento e del Vangelo. Egli implorava i cristiani di «rinunciare a certe sciocche convinzioni e di ritornare alla vera tradizione, perché il pericolo dei barbari può essere allontanato soltanto con lo sforzo congiunto di un popolo unito».

Celsus aveva studiato a fondo le Sacre Scritture, a giudicare dalle continue citazioni richiamate nello sforzo di screditare la Genesi, usando una logica ricca di sarcasmo pungente. «I cristiani ci vorrebbero far credere che durante il diluvio universale tutti gli animali che sopravvissero fossero nell’arca di Noè, inclusi i delfini, i coccodrilli ed i pesci che vivono nell’acqua!».

Egli criticò anche l’Epistola agli ebrei di San Paolo dicendo: «Chiunque abbia padronanza della lingua greca e sia in grado di comprendere le differenze fraseologiche può accorgersi che lo stile dell’epistola è molto più sofisticato della lingua greca parlata da S. Paolo, che si dichiara suo autore».

Durante il regno di Settimio Severo (193-211) l’impero romano si trovò ad affrontare numerose minacce. Già scosso dalle guerre civili, doveva ora fronteggiare gli attacchi delle popolazioni barbariche del nord. Nelle province più orientali l’autorità romana era continuamente sfidata dai re sassanidi, molto aggressivi, i quali, dopo aver rovesciato l’autorità dei Parti, iniziarono ad attaccare i territori romani. L’imperatore Caracalla fece il primo tentativo per unire i suoi sudditi conferendo la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero che non fossero schiavi, inclusi i cristiani. Nel suo editto, però, vi era un tono minaccioso: «Le divinità romane dovranno godere dei sacrifici offerti dai nuovi cittadini ed il nostro culto comune diverrà il simbolo e la prova di un impero unito. Solo così potremo preservare il favore divino».

L’editto fu un astuto monito ai cristiani: rinnega la tua religione, o muori! Alcuni preferirono vivere, altri scelsero il martirio. Dopo l’anno 240 la minaccia dei Goti divenne seria. I barbari stavano devastando le frontiere settentrionali e l’impero aveva più che mai bisogno di un esercito fedele e risoluto.

Il 21 aprile del 247, Roma celebrò il millesimo anniversario della sua fondazione con grandi feste, pubbliche celebrazioni di ringraziamento e sacrifìci. L’imperatore in carica, Filippo, fece diramare ai cittadini l’ordine di manifestare un animo concorde e leale compiendo sacrifici agli dèi. Coloro che non volevano essere giudicati sleali si impegnavano ad eseguire i rituali pagani ricevendo in cambio il Certificato di Sacrifìcio dalla magistratura. Molti cristiani si rifiutarono di adorare le divinità pagane, venendo così schiacciati dalle autorità con spietata violenza. Migliaia di cristiani furono imprigionati, frustati e torturati, messi al bando, privati dei loro beni o addirittura uccisi. L’imperatore Valeriano continuò la politica di repressione di Filippo.

Intanto, al nord, i Goti arrivarono sulle coste del Mar Nero e sconfissero diverse armate romane inviate per fermarli, uccidendo persino l’imperatore Decio nel 251. Dopo aver fatto costruire una piccola flotta di vascelli, il re dei Goti, Kniva, si imbarcò come una furia contro le città litoranee del Ponto; in seguito, rompendo il blocco allo stretto dei Dardanelli, fece vela verso il Mar Egeo, dove depredò le isole e le città costiere: Mileto, Efeso, Smirne, la stessa Atene, che aveva goduto di secoli di pace, furono obbligate a ricostruire le proprie mura e le abitazioni distrutte dalla ferocia dei Goti. Intanto ad est i Sassanidi occuparono la Siria e, come se non bastasse, un’epidemia di peste devastò la nazione tra il 226 ed il 251 d.C.

I Goti saccheggiarono anche le coste dell’Anatolia. Gli abitanti furono massacrati o fatti schiavi. Le fertili terre costiere furono spogliate completamente delle proprie ricchezze, mentre la popolazione delle regioni interne, più sicure, erano costantemente afflitte dalle requisizioni degli ufficiali dell’esercito e tormentate dai disertori dediti al saccheggio.

È facile immaginare come le persecuzioni all’interno del paese e il terrore proveniente dall’esterno abbiano fornito la spinta iniziale ai cristiani per cercar rifugio nel sottosuolo, nel distretto di Göreme in Cappadocia.

L’atteggiamento anticristiano dell’imperatore Diocleziano è storicamente ben noto. Egli era convinto che i cristiani stessero deliberatamente insidiando il vigore delle legioni con la diffusione del loro Vangelo pacifista in un periodo di emergenza nazionale. Nel 300 d.C. i cristiani vennero tolti dall’esercito e dalla marina come pure da tutte le cariche dello Stato.

Diocleziano spostò il suo quartier generale a Nicomedia (Izmit) e il suo cesare dell’est, Galerio, uomo permeato di una intransigente disposizione bellicosa, decise di richiamare all’ordine tutti i cristiani. Con l’editto del 303 ordinò a tutti i cittadini romani di compiere sacrifici alle divinità ed il 23 febbraio di quello stesso anno, Galerio diede il via ad una massiccia campagna per la repressione del cristianesimo. Marciando di villaggio in villaggio le legioni demolirono tutte le chiese della Nicomedia. I tesori ed i documenti conservati nelle chiese furono confiscati mentre i preti vennero uccisi. I cristiani furono trascinati di peso di fronte agli altari pagani ed obbligati con la forza a far cadere l’incenso nei fornelli. Nel caso in cui qualcuno avesse opposto resistenza gli sarebbe stata amputata la mano, cosparsa d’incenso e gettata nel fuoco propiziatorio; dopodiché i centurioni avrebbero potuto scrivere il loro rapporto che corrispondeva più o meno a queste parole: «Vivi o morti i ribelli hanno adempiuto alle richieste dell’editto imperiale».

Quando Galerio divenne imperatore, insieme al suo nuovo cesare, Maximino Daia, ideò piani ancora più insidiosi «per liberare Roma dall’odiata setta anticonformista dalle dottrine demoralizzanti». Tante continue minacce alla vita ed alla proprietà hanno indotto probabilmente sempre più cristiani ad abbandonare le zone costiere più esposte ai pericoli ed a cercar riparo nelle regioni relativamente più sicure dell’Anatolia.

Quando Costantino il Grande fece terminare la persecuzione, la Chiesa venne riorganizzata e per la prima volta i cristiani poterono professare apertamente la loro dottrina. Nonostante ciò il progresso della Chiesa subì ancora delle ricadute. I cristiani dovettero sopportare un’ulteriore oppressione durante il breve regno dell’imperatore Giuliano II, conosciuto come 1′«apostata», desideroso di restaurare le antiche divinità e l’ellenismo, sebbene preferisse usare la filosofia al posto della spada.

Dopo la divisione dell’impero romano, la Cappadocia divenne una provincia dell’impero romano d’Oriente, governata dai sovrani bizantini da Costantinopoli, l’attuale Istanbul.

Il IV ed il V secolo furono particolarmente burrascosi, gli imperatori si alternavano senza alcun ordine e l’impero stava andando in declino. Malauguratamente la Cappadocia si trovava lungo il cammino dei condottieri arabi dediti al saccheggio, i quali non erano forti abbastanza per riuscire a conquistare un territorio, ma riuscivano a sopraffare la resistenza delle cittadine rurali. Gli arabi avanzavano come una marea crescente, colpendo, depredando e allontanandosi con il bottino prima che l’esercito regolare potesse arrivare in difesa della popolazione.

Nell’VIII secolo si sviluppò una disputa all’interno della Chiesa sulle icone o immagini religiose, che determinò il divieto temporaneo degli affreschi che descrivono scene della vita dei santi e della Bibbia. Alcune comunità sostenevano l’iconolatria, altre appoggiavano l’editto dell’iconoclastia. Coloro che rinunciavano con riluttanza alle immagini sacre si ritirarono nelle regioni quasi inaccessibili dell’interno per vivere in grotte naturali e in abitazioni ricavate dalla roccia nei complessi sotterranei, molti dei quali sono ancora sconosciuti. Le chiese ed i monasteri della regione di Göreme furono create o allargate tra la seconda metà del VII secolo e la prima metà del IX secolo salvo alcune rare eccezioni. Nei primi decenni dell’organizzazione delle colonie monastiche, le chiese e le cappelle venivano decorate con ornamenti e simboli primitivi di colore rosso senza icone di nessun genere. Tale semplicità è tipica anche del periodo che va dal 726 all’843, gli anni dell’iconoclastia. La proibizione delle effigi religiose ebbe inizio durante il regno dell’imperatore Leone III con l’ordine di rimozione di una grande immagine di Gesù dall’ingresso di un palazzo. Nel 730 Leone emanò un decreto imperiale che condannava apertamente «chiunque decorasse la casa di Dio con immagini dipinte» ed iniziò un’energica campagna per abolire l’iconolatria. Funzionari della Chiesa vennero spediti in giro per l’impero con lo scopo di sopprimere le icone nelle chiese e nelle case private.

Gli anni compresi tra il 785 e l’813 rappresentarono un periodo di riconciliazione. Durante il regno dell’imperatrice Irene (797-802) il settimo Concilio di Nicea tolse il divieto. La politica liberale di Irene fu proseguita dal suo successore Niceforo I (802-811) e da Michele I (811-813). Ma l’imperatore successivo, Leone V, ristabilì la censura delle immagini.

Questo secondo periodo di iconoclastia durò per ventinove anni fino a quando venne tolta dall’imperatrice Teodora, consorte di Michele III (842-867). Dopo l’anno 842 gli affreschi divennero assai diffusi nelle chiese e gran parte dei dipinti murali che possiamo ammirare nelle cappelle in rovina della Cappadocia furono dipinti proprio nel grande periodo decorativo dell’arte bizantina, tra il IX e il XIII secolo.

I visitatori delle colonie sotterranee dovrebbero tener presente che l’età effettiva di una chiesa non corrisponde necessariamente a quella degli affreschi che contiene. Difatti quasi tutte le costruzioni religiose della Cappadocia erano presenti prima dell’epoca dell’iconoclastia. Le chiese senza decorazioni o decorate soltanto con antichi simboli rossi, insieme alle chiese con il soffitto piatto e con l’abside semicircolare più basso della navata, sono le più antiche.

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