Hattushash (Bogazköy-Bogazkale)

Hattushash (Bogazköy-Bogazkale) Hattusas, l’antica capitale e piazzaforte ittita, si trova vicino all’attuale villaggio di Boğazköy (Bogazkale), 30 chilometri a nord di Yozgat, vicino alla strada principale Ankara-Sivas. Venne scoperta intorno al 1830 per caso dall’esploratore francese Charles Felix Texier (1802-1871) che visitò il villaggio alla ricerca della città romana perduta di Tavium.

Dagli abitanti venne a conoscenza di estese rovine nelle vicinanze ed andò ad esaminarle convinto di trovarsi di fronte alla città romana che cercava.

Nel 1839 pubblicò un libro a Parigi con una descrizione dettagliata di «lunghe mura intorno ad una città con due portoni imponenti, uno dei quali è sorvegliato da un rilievo rappresentante una sfinge, l’altro da una coppia di leoni scolpiti. Di fronte alla città si erge un enorme tempio in onore di Giove. In seguito, però, importanti scoperte mi obbligarono ad abbandonare l’idea concepita forse troppo avventatamente».

Texier non conosceva la vera natura della sua scoperta, ma sicuramente si rese conto che quelle rovine non avevano nulla in comune con la civiltà romana. Successivamente visitò il santuario di Yazilikaya (roccia incisa) e vide i sorprendenti rilievi che descrivevano il corteo delle 66 divinità; altri strani ideogrammi e «cartigli» simili a quelle trovate sui monumenti egizi.

Dopo Texier, William Hamilton, uno studioso inglese, visitò il posto, anche lui convinto di avere davanti a sé le rovine di Tavium.

Più a nord, a venti chilometri dal villaggio, Hamilton arrivò alle rovine di Alacahüyük, ma non fu in grado di individuare a quale civiltà appartenessero.

I resti archeologici di Hattusas coprono una vasta area, estendendosi fino a coprire una superficie di circa sei chilometri quadrati. Le rovine scoperte fino ad oggi appartengono a diversi periodi storici. L’entrata a sud, ossia la Porta della Sfinge, dista dal punto opposto della vecchia cinta di mura tre chilometri.

Nella parte più a nord, l’antica Hattusas risale al periodo delle colonie commerciali assire (2000-1800 a.C). Qui vi sono le rovine di un grande tempio del dio del tempo di Hatti e della dea del sole di Arinna; il luogo dove vennero riportate alla luce oltre 10.000 tavolette d’argilla degli archivi reali. Anticamente il tempio era circondato da un’alta muraglia.

A 800 metri di distanza troviamo le rovine dell’Acropoli con una cinta di mura rinforzata da torri, costruita durante il periodo dell’impero (XIV secolo a.C).

A sud dell’Acropoli i resti di una piccola roccaforte non sono ancora stati dissotterrati. Vicino troviamo la Collina del bersaglio con le rovine di un castello. Il Castello giallo ed il Castello nuovo sono tra la collina e la Porta del Leone sul lato occidentale. Vicino alla Porta della Sfinge sono localizzate le fondamenta di quattro templi.

Gli scavi metodici ad Hattusas iniziarono nel 1906 e continuarono nel 1911-1912 sotto la supervisione del dottor Hugo Winckler e dell’archeologo Otto Puchstein. L’archeologo Kurt Bittel continuò i lavori tra il 1931 e il 1939.

Quando il linguista cecoslovacco Friedrich Hrozny iniziò la grandiosa opera di traduzione in suoni fonetici degli ideogrammi e dei geroglifici, scoprì ben presto una serie di fatti sorprendenti. Il termine ittita eizzateni, equivalente al nostro mangiare, rivelò strane «coincidenze»: edere in latino, eat in inglese, essen in tedesco ed ezzan in tedesco aulico arcaico.

Così pure il termine ittita waadarma che significa acqua, è Wasser in tedesco e wadar in sassone antico.

Antichi termini tedeschi in Anatolia?

Nel corso del suo studio, Hrozny si convinse che tali analogie non potevano più essere considerate solo delle coincidenze.

Gli Ittiti usavano la parola uga per il latino ego; kuis per quis; ESZI per est; NASH per nos; wi per winum (vino) e MEMAL per il tedesco Mehe1 (farina) ; pedan (posto) può essere avvicinato al greco pedon (terra, suolo) e pedar al tedesco federe all’inglese feather (piuma).

Infine la lista che Hrozny aveva creato diventò un vero e proprio dizionario del linguaggio ittita, a conferma dell’origine indo-europea della lingua.

Finalmente il velo di mistero scomnarve e la vera cultura ittita «entrò» nella storia dell’umanità. Gli annali dei re vennero decifrati ed interpretati: «Anittas, figlio di Pitkhana e re di Kussara dice: con il favore del dio della tempesta, del cielo, il re di Nesa cadde prigioniero del re di Kussara il quale, di notte, lasciò la sua città con il suo esercito e catturò Nesa. Egli fece prigioniero il re di Nesa ma ebbe un comportamento benevolo nei confronti degli abitanti». E ancora: «Io, Anittas il grande re, ho riportato il dio Siusummi da Zalpuwa a Nesa. Ho condotto vivo Huzziyas re di Zalpuva, a Nesa».

Nello stesso periodo Anittas conquistò Hattusas, la città che in seguito darà alla sua gente il nome di Hatti e diventerà la capitale del regno ittita e dell’impero.

«Gli abitanti di Hattusas stavano morendo di fame e così li lasciai; ma quando la loro fame divenne insopportabile il dio Siusummi cedette la città al dio Halmasuitta, e durante la notte mi impadronii di questa con la forza».

Mentre Anittas aveva trattato gli abitanti di Nesa in modo «benevolo», egli distrusse Hattusas e lanciò una maledizione contro le sue rovine. La ragione di questo gesto ci è sconosciuta. «Ho abbattuto le mura e piantato erba cattiva sulle sue rovine. Possa colui che diventerà re dopo di me e ripopolerà Hattusas essere colpito a morte dal dio celeste della tempesta».

Ci è tuttora sconosciuto il motivo per il quale la tanto detestata città non solo venisse ricostruita cento anni dopo dal re Labarnas ma anche scelta come capitale da quest’ultimo, che assunse il nome di re Hattusilis.

Il re Anittas continuò con le sue guerre per sottomettere le popolazioni vicine. «L’anno successivo ho riunito il mio esercito contro il principe di Salatiwara. Quando stavo per attaccare il sovrano di Buruskhanda venne alla mia presenza con un’offerta: il suo trono ed uno scettro di ferro. Ma quando ritornai a Nesa, portai con me il monarca di Buruskhanda». (Ovviamente come ostaggio malgrado la sua sottomissione).

Anittas afferma orgogliosamente che il suo esercito comprendeva 1400 cavalieri e 40 bighe da guerra; uno spiegamento di forze apparentemente scarso che fu tuttavia sufficiente a renderlo il più forte governante dell’Anatolia.

Le tavolette d’argilla rivelano molti aspetti fondamentali della vita del regno ittita, comprese leggi scritte ben elaborate che regolavano i comportamenti religiosi e sociali, la diplomazia ed i commerci, sia interni che esteri, in quanto esistevano regolari scambi commerciali con Babilonia e l’Àssiria.

Sia le leggi civili che penali erano sorprendentemente all’avanguardia e, in un certo senso, eque. I furti, per esempio, erano puniti con la restituzione di tre volte il valore del bene rubato; se qualcuno avesse rubato una mucca o un mulo, avrebbe dovuto restituire tre mucche o tre muli. Lo stesso criterio veniva applicato per i furti di gioielli e di oggetti in oro o in argento. Se il ladro non fosse stato in grado di soddisfare questa richiesta sarebbe stato arrestato e consegnato alla parte lesa in veste di schiavo per il periodo necessario a guadagnarsi la sua ammenda.

I  danni fisici provocati ad altri dovevano essere compensati con un pagamento in argento; la quantità dipendeva dalla gravita della ferita.

Per quanto riguarda gli assassini, questi venivano semplicemente consegnati alla famiglia del defunto per essere giudicati. «Se il padre, il fratello o la moglie dell’estinto decidono che l’omicida dovrà morire, egli morirà. Se essi decidono che dovrà lavorare come schiavo, egli lavorerà».

Le leggi che proteggevano le donne erano di larghe vedute, cautelavano principalmente le donne in stato interessante dalle percosse, con severe punizioni per i mariti violenti. Se una donna incinta fosse morta per le lesioni causate dal marito, il destino dell’uomo sarebbe dipeso dal giudizio dei familiari della moglie.

Una delle leggi più importanti proibiva le relazioni incestuose di ogni genere. «Il fratello non deve avere rapporti né con la sorella né con la cugina. Colui che trasgredisce questa legge ad Hattusas non rimarrà in vita ma sarà condannato a morte. In una terra incivile un uomo può dormire con sua sorella o con sua cugina, ma questo non è permesso ad Hattusas».

«Se una sorella, una sorellastra, o una cugina di tua moglie viene da te, ti offre il suo cibo e da bere ed è ben disposta, tu non dovrai desiderare di possederla perché questo non è permesso e sarà punito con la morte. Non cadere in tentazione, neanche se lei o qualcun altro per lei dovesse tentare di persuaderti. Chiudi i tuoi orecchi e resisti, osservando un giuramento sacro che non dovrà essere violato».

«Nessuno può toccare una signora di corte, che si tratti di una donna libera o di una schiava del tempio, non bisogna andarle vicino né parlarle. Se si incontra una signora di corte per strada, bisogna scansarsi e lasciarla passare».

Tra i documenti decifrati citiamo un singolare scambio di lettere tra Awk-En-Amon, regina d’Egitto ed il re Suppiluliumas degli Ittiti.

La regina scrisse: «II mio sposo Tut-Enk-Amun è morto ed io sono una vedova senza figli. Tu, al contrario, ne hai molti. Se mi dessi uno dei tuoi figli, questi diverrebbe mio marito e faraone della mia terra. Perché io non accetterò mai nessuno dei miei sudditi come sposo».

Dobbiamo ricordare che la successione reale nell’antico Egitto, continuava la stirpe materna «per la protezione del sangue reale». L’identità della madre era certa, mentre quella del padre era sempre dubbia. Tuttavia l’uomo che sposava la regina diventava faraone e se il faraone voleva assicurare la successione del proprio figlio, combinava il matrimonio del figlio maschio con la propria figlia più grande, o, a volte, con la secondogenita. Così, nel caso in cui la regina e la figlia maggiore morissero e l’altra figlia fosse già sposata, sarebbe stato il marito a divenire faraone.

II re Suppiluliumas ricevette la lettera della regina a Carchemish. Era molto scettico e sospettava una trappola: perché mai la vedova di un faraone si sarebbe sottomessa volontariamente e con lei il suo popolo, ad un signore ittita? Specialmente dopo che un esercito ittita aveva già invaso il Libano, protettorato egizio!

Eppure la regina desiderava un principe ittita per consorte!

Un fatto analogo era già avvenuto in passato, quando un faraone scelse una moglie straniera, e comunque il faraone era sempre stato egiziano.

Sfortunatamente la risposta di Suppiluliumas non fu mai ritrovata anche se possiamo immaginarne il contenuto negativo da una seconda lettera” esistente della regina Ank-En-Amon: «Non ho scritto a nessun altro re. Mi sono rivolta solo a te, perché hai molti figli. Dammene uno come sposo e diverrà re d’Egitto».

La regina era disperata perché aveva solo settanta giorni a disposizione per sposare un uomo di sua scelta, prima di essere obbligata ad accettare come consorte il sommo sacerdote, Eie -suo nonno che ambiva ardentemente al trono.

La storia sa poco di lei, a parte il fatto che era la figlia di Amenophis IV, meglio conosciuto come Akhenaton, e della famosa Nefertiti.

Venne data come sposa quando era bambina a Tut-Ank-Amun, che aveva anche lui appena dieci anni. La breve vita del marito fu completamente insignificante dal punto di vista storico, la sua fama è dovuta unicamente agli inestimabili tesori scoperti nella sua tomba.

Alla fine il governante ittita inviò il figlio Zananza con una scorta, ma il principe non arrivò mai in Egitto. Venne assassinato lungo la strada, molto probabilmente per opera di Eie che, difatti, sposò la nipote e divenne faraone.

Questi regnò soltanto per un paio di mesi e morì avvelenato. È facile intuire chi ne fu il responsabile!

Prima della scoperta degli archivi reali di Attusas e della loro decifrazione, le soli cognizioni in nostro possesso sugli Ittiti venivano dalla Bibbia.. Fatta eccezione per alcuni passaggi già menzionati, il Vecchio Testamento cita che quando Abramo seppellì la moglie Sara, dovette chiedere il permesso agli Ittiti perché il luogo che aveva scelto per la sepoltura si trovava nel loro territorio: «Abramo parlò ai figli di Heth. Io sono soltanto uno straniero di passaggio. Vi chiedo un lembo della vostra proprietà affinchè io possa seppellire la mia defunta. Ed i figli di Heth risposero: Tu sei un principe di Dio tra di noi. Seppellisci la tua morta nel posto più bello della regione e questo diventerà tuo».

Esau, nipote di Abramo e fratello di Giacobbe, sposò Giuditta, figlia di Beeri l’ittita. Quando re David si innamorò di Betsabea, inviò a combattere il marito di lei, Uria l’ittita, affinchè restasse ucciso nella battaglia.

Episodi della Bibbia simili a questo sostengono l’ipotesi che gli Ittiti si fossero stabiliti ai confini con Israele e questa convinzione rimase fino a quando le famose iscrizioni di Tel-El-Amarna portarono gli studiosi a ricercare la terra di Hatti più a nord, nell’attuale Turchia, dove infatti vi è un numero crescente di monumenti e resti ittiti. Alla fine Hattusas risultò l’antica capitale di un potente impero, culturalmente più avanzato di Babilonia, dell’Assiria e dell’Egitto. Più precisamente nelle Sacre Scritture viene menzionato il popolo neo-ittita, costituito da una manciata di principati incentrati intorno a Carchemish, sopravvissuto al grande assalto dei Frigi che distrussero l’impero ittita e bruciarono Hattusas.

Dalle tavolette d’argilla abbiamo ricavato informazioni dettagliate sul commercio, le attività bancarie, le mercanzie con i relativi prezzi, di oltre 2000 anni prima della nascita di Gesù e di 1000 anni prima del regno del re Salomone d’Israele.

I  mezzi di pagamento erano l’oro e l’argento al tasso di scambio di 1 a 8, ma il rame di buona qualità poteva essere barattato con argento (in questo caso il rame e l’argento avevano un rapporto di 1:50).

Un altro metallo considerato prezioso a quei tempi era il ferro, chiamato «amutum».

II commercio, sia interno che estero, stava fiorendo. La pista lunga 1300 chilometri che collegava Kanesh ad Assur attraverso aride steppe e valichi di montagna, era un percorso ricco di scambi commerciali con carovane di muli regolate da orari stabiliti per il trasporto di pietre preziose, rame e argento ad Assur; leghe importanti per la forgiatura del bronzo, seta, profumi ed altri articoli di lusso.

I  mercanti intascavano enormi profitti e spesso guadagnavano il 100 per cento su ogni trattazione.

II tasso di interesse su prestiti a breve termine variava dal 30 al 40 per cento.

I principi delle regioni attraversate dalle carovane imponevano un «dazio» ed esercitavano spesso il privilegio della prima scelta sulla mercé acquistata.

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